Una nuova stagione politica o nuovi politici stagionati?

Premetto una cosa, data la mia età: se oggi esiste una generazione di giovani che si affacciano alla politica, di
sicuro la mia generazione ha saputo insegnar loro molto poco.
Purtroppo questo mea culpa va fatto: tra un passaggio da una Repubblica all’altra, le ideologie si sono disperse, e la mia generazione non è stata in grado di trasmettere a chi è venuto dopo ideali, valori e strumenti utili a concepire un pensiero politico certo, reale e propositivo.
Per anni ci siamo cullati nella “politica dell’inquisizione”, dove il giudizio sull’altro contava più delle idee. Poi sono arrivate le mode delle proposte “alternative ed ecosostenibili”, spesso più di facciata che di sostanza. Infine, la spasmodica richiesta di ammortizzatori sociali ha preso il posto della progettualità e della visione.
Questo è ciò che abbiamo consegnato ai giovani di oggi: un modo di fare politica vuoto, senza prospettive, basato sul disprezzo dell’avversario e su annunci più che su programmi concreti.
Oggi assistiamo a un rifiorire della classe politica: tanti giovani eletti nelle istituzioni, tanti volti nuovi che si presentano come il cambiamento.
Ma dietro la novità anagrafica, spesso non si intravede un pensiero nuovo.
Nessuno riesce davvero ad esprimere un concetto rivoluzionario, un’idea capace di scuotere le coscienze e orientare il futuro.
Nel vago tentativo di sentirsi già grandi, molti finiscono per imitare i vecchi politici, replicandone i linguaggi, i toni, e perfino le abitudini.
Così, i propositi restano distanti anni luce dalle vere esigenze della gente e dai nuovi modelli di sviluppo delle comunità.
Si fanno proposte, ma si fatica a trasformarle in realtà.
Non si studiano le fonti, non si approfondiscono le normative, non si valutano le ricadute economiche.
Si parla di ciò che “si vorrebbe fare”, senza chiedersi se davvero si può fare: se le leggi lo consentono, se i bilanci lo permettono, se le competenze lo rendono possibile.
Eppure, oggi la politica dovrebbe essere esattamente questo: capacità di coniugare visione e realismo.
Un politico moderno non può limitarsi a lanciare idee o iniziative di facciata: deve saper progettare, intercettare bandi e finanziamenti, portare valore aggiunto alla collettività anche senza spendere risorse proprie, ma valorizzando quelle già disponibili.
La nuova stagione politica non nascerà da un semplice cambio generazionale, ma da un cambio di mentalità.
Fare politica, oggi, significa conoscere, studiare, pianificare.
Significa saper dialogare con l’Europa, comprendere i linguaggi dell’innovazione, ascoltare i bisogni del territorio e tradurli in azioni concrete.
Solo così potremo parlare di una nuova stagione politica, e non semplicemente di nuovi politici stagionati: giovani nell’età, ma vecchi nei modi e nelle idee.
La vera sfida non è cambiare i volti della politica, ma cambiare la mentalità con cui la politica si vive e si serve.