Cassano e il suo olio: tradizione senza cooperazione

Sfogliando il bando sull’olivicoltura, recentemente pubblicato sul sito della Regione Calabria, ho rafforzato la mia convinzione che uno dei mali più profondi della nostra terra sia la mancanza di cooperazione.
Qui ognuno pensa a sé stesso e, se può trarre vantaggio dal danneggiare l’altro, spesso lo fa senza esitazione, senza riflettere sulle conseguenze.

Tanto, si pensa, “il tempo cancellerà tutto”…

Cassano Ionio è la città dell’olio: qui si coltiva una varietà di ulivo autoctona, la “Cassanese”. Da secoli il nostro territorio vive di olivicoltura, insieme alla viticoltura e alla cerealicoltura. Ancora oggi esistono frantoi tradizionali che lavorano a freddo, senza processi industriali invasivi, preservando la qualità del prodotto.
L’olivicoltura, per Cassano, non è solo una tradizione, ma un vero e proprio settore economico che dà lavoro a potatori, raccoglitori, frantoiani e addetti alla vendita dell’olio.

Eppure, nonostante le sue potenzialità, questo settore non riesce a decollare e a diventare il motore dell’economia locale.
Ognuno coltiva il proprio “orticello”, produce il proprio olio e cerca di venderlo da solo al miglior offerente. Non si è mai pensato seriamente di creare una cooperativa o un consorzio di piccoli produttori per unire le forze nella produzione, trasformazione e commercializzazione dell’olio d’oliva.

Anche il Comune, purtroppo, non ha mai mostrato una vera visione di valorizzazione di questo comparto.
Non si è mai pensato, ad esempio, di istituire una Denominazione Comunale d’Origine (De.Co.) per l’oliva o per l’olio “Cassanese”, che potrebbe rappresentare un marchio identitario e di qualità.
Un’amministrazione attenta potrebbe favorire la nascita di cooperative, promuovere tavoli di confronto, diffondere conoscenze tecniche e opportunità di finanziamento, ma soprattutto instillare nei cittadini la consapevolezza che solo attraverso la collaborazione si può crescere.

Il bando sull’olivicoltura parla chiaro: per i produttori consorziati sono previsti importanti finanziamenti, ma servono almeno 50 ettari di terreno.
Chi presenta domanda da solo, invece, deve possedere almeno due ettari.
Questo significa che i piccoli agricoltori, con i loro piccoli appezzamenti, continueranno a faticare per produrre pochi quintali d’olio, senza riuscire a emergere.
E così, nonostante le ricchezze naturali e culturali del nostro territorio, la crisi continuerà a mordere.

Sarebbe quindi auspicabile creare un consorzio di piccoli olivicoltori, un marchio territoriale che unisca tradizione, qualità e identità, e che consenta di esportare il nostro olio anche sui mercati internazionali.
Perché la regola è semplice, ma fondamentale:

Insieme si cresce. Da soli, si sopravvive.

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